In gita: un museo piccino picciò

13 Mag

Se vi trovate a Roma, dalle parti di Via Veneto ed incrociate via Boncompagni, potete fare una sosta al civico 18, al Museo Andrea e Blanceflor Boncompagni Ludovisi per le Arti Decorative, Costume e Moda del XIX e XX secolo. È il più piccolo dei quattro musei che fanno capo alla Gnam, Galleria nazionale d’arte moderna.

Nel 1972 la principessa Blanceflor de Bildt Boncompagni, di origine svedese, donò allo Stato italiano, per realizzarvi un museo, la sua residenza romana, un villino in stile Liberty dei primi del ‘900 con tutti gli arredi: mobili del XVII, XVIII e XIX; arazzi fiamminghi del Seicento; collezioni di porcellane, camei e oggetti d’arte.

Fra i dipinti che si possono ammirare c’è anche il ritratto della principessa stessa, eseguito da Philip de László intorno al 1925. Questo pittore ungherese nei primi decenni del ‘900 girava l’Europa ritraendo gli aristocratici ed era così bravo e celebre che, oltre a vincere premi e medaglie, fu dotato di un titolo nobiliare da Francesco Giuseppe I d’Austria, meglio noto come Franz il marito di Sissi.

La principessa Blanceflor, nata a Roma nel 1891, era figlia del barone Carl Bildt, diplomatico, e di Alexandra Keiller. Suo nonno era Gillis Bildt, che fu Primo Ministro di Svezia nel 1888. Lei crebbe a Roma e intorno ai vent’anni si innamorò, ricambiata, del principe Andrea Boncompagni Ludovisi.

Come nei romanzi, la famiglia di lui non ne volle sapere di questo amore, dato che esisteva già un accordo per un matrimonio d’interesse con dei ricchi americani. Fu così che Andrea dovette sposare tale Margaret Preston pur amando Blanceflor.

Il contratto prevedeva che se Andrea e Margaret non avessero avuto figli, dopo dieci anni il matrimonio sarebbe stato annullato, lei avrebbe mantenuto il titolo di principessa e Andrea la rendita di due grosse società americane. Blanceflor aspettò e nel 1924 sposò Andrea.

Furono felici, ma non ebbero figli e quando lui morì lei ereditò le società, il villino di via Boncompagni e una tenuta in Umbria e nel 1955 creò la fondazione “BLANCEFLOR Boncompagni-Ludovisi, nata Bildt” per la ricerca scientifica e l’educazione.

Finché la principessa fu in vita la fondazione ebbe mezzi modesti, ma dopo la sua morte ereditò una parte significativa dei fondi americani e i beni svizzeri e svedesi. Così, ancora oggi, se avete meno di 35 anni, siete italiani o svedesi e siete laureati in fisica, chimica, odontoiatria, medicina, ingegneria o scienze informatiche potete fare domanda per una borsa di studio per l’estero alla sua fondazione.

Che storia…

Comunque, io sono capitata al villino in una mattina piovosa, era presto e ho dovuto chiedere al custode di aprirlo per me. In una delle stanze ci sono una dozzina di abiti di alta moda, dagli anni venti fino agli anni novanta, fra i quali: tre Gattinoni, due Sarli, un Valentino e un Capucci del 1952.

Purtroppo ho potuto visitare solo il pianterreno perché il secondo è accessibile solo quando il museo ospita esposizioni temporanee, ma fra un paio d’anni l’allestimento dovrebbe essere quello definitivo: opere e oggetti d’arte e di moda dall’epoca Liberty al Decò, tra il 1900 e il 1939.

Ultima informazione: il museo è gratuito. Solo un libro delle firme dove lasciare un saluto.

3 Risposte to “In gita: un museo piccino picciò”

  1. Lady Blackice 25 maggio 2010 a 7:47 pm #

    Finalmente ho ritrovato il post di cui mi parlavi!🙂
    Moooolto interessante, non sapevo dell’esistenza di questa borsa di studio. A tempo debito mi informerò sicuramente… Thanks!!😉

  2. rosmilla 26 maggio 2010 a 9:10 am #

    Sììì! Anche perché indovina qual è il primo paese ospite della lista?
    You’re right, darling!😉

Trackbacks/Pingbacks

  1. Fernanda Gattinoni. Moda e stelle… « - 25 marzo 2011

    […] maggio era già passata per l’usuale sopralluogo. Qui a Roma, il Museo Boncompagni Ludovisi (di cui avevo raccontato la storia) l’ha ospitata per poco più di un mese e mi dispiace di non essere riuscita a darne […]

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