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Di calle in sotoportego

2 Ott

Ta-dah! Fresca fresca di laguna o quasi, nemmeno fossi un cefalo appena pescato, torno a scrivere sul blog.
Al mio quinto viaggio a Venezia, mi sono stupita una volta di più di quanto sia bella. Così irreale…
Ci si sente su di un set cinematografico e non per i gondolieri canterini, che anzi fanno un po’ Small World di Disneyland, piuttosto per l’uscita da scuola dei liceali sul canale, con tanto di musica house sparata al massimo da un motoscafo. Anche gli eventi più banali a Venezia hanno un che di magico, gli studenti arrivano a scuola in barca, come a Hogwarts…

Il tempo è stato clemente e abbiamo preferito il sole e il perderci fra calli e campi ai musei.
Abbiamo visitato: il Gran Teatro La Fenice, Murano e il suo Museo del Vetro, Burano e il suo Museo del Merletto, la casa di Carlo Goldoni e Palazzo Mocenigo.
Quest’ultimo è il Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume e fino al 6 gennaio ospita la mostra Trame di moda – Donne e stile alla Mostra del Cinema di Venezia.

Allora, la storia del Gran Teatro La Fenice è interessante, ma la consapevolezza della ricostruzione in seguito all’incendio del 1996 lascia un che di amaro in bocca durante la visita.

Murano e Burano sono incantevoli, ma i rispettivi musei sono piccolini.
Quel che più mi ha colpito del Museo del Merletto sono state le tre signore del posto che in una delle sale lavoravano al tombolo chiacchierando del più e del meno.
Mi sarei unita volentieri al gruppetto solo per starle a guardare.

Invece Casa Centanni, la casa di Goldoni, ospita una collezione di marionette settecentesche veramente sorprendenti per la bellezza e l’accuratezza dei dettagli.

L’offerta culturale della città è notevole, ma i musei chiudono davvero troppo, troppo presto e quando manca un quarto d’ora alle cinque o giù di lì si viene tampinati dai custodi che fremono perché tu te ne vada.

In generale, però, i veneziani mi sono piaciuti molto, sono sorridenti, gentili più del dovuto e soprattutto hanno la battuta pronta. Qualità che da romana trovo rimarchevole, oltre che familiare.

Per quanto riguarda la mostra Trame di moda, i vestiti esposti non mi sono sembrati tantissimi, ma alcuni pezzi sono importanti. Oltre al Capucci rosa sotto teca, ci sono gli abiti di Piero Tosi per Alida Valli in Senso (1954) e quelli di Gwyneth Paltrow in Il talento di Mr. Ripley (1999 – The Talented Mr. Ripley).

E soprattutto è possibile ammirare l’abito indossato da Elizabeth McGovern in C’era una volta in America (1984).
Avete presente quando Deborah-Elizabeth McGovern e Noodles-Robert De Niro cenano sul lungomare e lei lo respinge dicendogli di voler far carriera nel teatro, di voler arrivare su in cima: “…io leggo, sto a sentire, voglio imparare tutto”, scatenando così la furia dell’innamorato rifiutato che si tramuta in mostro?

Ecco, quel vestito. Meraviglioso. Disegnato da Gabriella Pescucci, che per C’era una volta in America vinse un BAFTA.
Vi riporto la didascalia, incredibilmente nella sola lingua inglese (!):
Organdie powder pink evening gown, silver and crystal appliqués, petal shaped skirt. Petticoat in powder pink silk charmeuse.
Una curiosità: il ristorante della scena del film è quello dell’Hotel Excelsior, proprio di Venezia.

A proposito di ristoranti e cibo, una buona colazione la si può fare da Majer, io ho provato la pasticceria del Ghetto Vecchio, mentre il ristorante che più mi è piaciuto si chiama La Zucca. Ci si può mangiare anche vegetariano. Davvero notevole la loro rovesciata di prugne con sorbetto alla cannella.

La Zucca

E ora via, verso nuove fantastiche avventure “…poiché la mia vita medesima è una commedia”, come scriveva Goldoni!

Ricetta Rigenerante

2 Apr

Ingredienti per 1 persona:
1 mattina con il sole di un giorno prefestivo
1 villa storica bellissima e accogliente
1 sottofondo di cinguettii e corse sui prati
1 libro caro al cuore
1 gustosa colazione in un posticino tranquillo dove ci si possa fermare a leggere
1 mostra e/o 1 museo capaci di suscitare stupore
e se si vuole esagerare
Q.B. di shopping sofisticato in un bookshop museale.

Questa è la sua versione tipicamente romana, ma la ricetta è personalizzabile in base ai propri gusti, ai prodotti locali e a quel che offre la stagione.

Io ho miscelato con cura un sabato mattina di febbraio, L’ora del tè di Alexander McCall Smith e Villa Torlonia che da sola mi ha fornito: i prati, la Casina delle Civette, la mostra sulle ceramiche di Gio Ponti al Casino dei Principi, La Limonaia per la colazione ed il bookshop museale.

Essendo arrivata presto, troppo perché La Limonaia fosse aperta, per prima cosa ho visitato l’esposizione Gio Ponti il fascino della ceramica.
Gio Ponti era l’architetto milanese a cui nel 1923 fu affidata la direzione artistica della Società Ceramica Richard-Ginori.
La produzione della fabbrica all’epoca languiva limitandosi alle imitazioni e Ponti la rivoluzionò traendo ispirazione dall’arte antica, dalla prospettiva rinascimentale, dal Palladio e dal Neoclassicismo, ideando ceramiche di altissima qualità, bellissime, moderne ed ironiche.
Nel 1925 a Parigi la giuria dell’Esposizione Internazionale di Arti Decorative conferì alla ditta italiana il Grand Prix ed al prestigio si unì il successo commerciale perché la vendita del campionario fu straordinaria.
A questo proposito ho trovato molto istruttivo scoprire che il metodo di lavoro che Ponti introdusse nella Manifattura di Doccia non si limitava all’aspetto creativo, ma comprendeva lo studio della grafica dei cataloghi, degli annunci pubblicitari, delle etichette dei prezzi, dei marchi di fabbrica e della commerciabilità dei prodotti, nulla veniva da lui tralasciato. Per darvi un altro indizio su quanto fosse eclettica la personalità di questo architetto vi dirò che negli anni trenta disegnò le scene ed i costumi per il Teatro alla Scala.
Comunque, le opere esposte al Casino dei Principi erano davvero molto belle, alcune soprendenti. La coppa nella foto è inititolata Circo, è di porcellana bianca e oro con decoro nero e grigio.

Tornando alla mia gita, poco prima delle undici sono andata a fare colazione: una fetta di torta al cioccolato e un cappucino con cacao.
Il locale de La Limonaia è molto carino e luminoso, anche se un po’ caro. La musica non è invadente e il cappuccino è diverso dal solito. Molto buono.

Mi sono fermata un’oretta assaporando l’esperienza della lettura al tavolino, in una mano L’ora del tè, nell’altra il cappuccino.
La serie di romanzi con protagonista Precious Ramotswe è in assoluto la mia preferita. Ogni romanzo, puntualmente, mi commuove, non perché le avventure di questa investigatrice siano tristi, anzi, ma perché Alexander McCall Smith regala sempre qualche riga di pura saggezza.
I casi su cui la No.1 Ladies’ Detective Agency deve indagare sono solo un pretesto per conoscere meglio l’ambientazione africana in cui si muovono i personaggi. Non so che darei per prendere il tè in Botswana con la signora Ramotswe e la signorina Makutsi, di cui, devo confessarlo, sono appassionatamente innamorata!
Ecco un dialogo fra le due tratto dal romanzo, tradotto da Stefania Bertola.

“Vado a sgranchirmi le gambe” disse alla signorina Makutsi. “Sono stata seduta per troppo tempo.”
La signorina Makutsi sollevò lo sguardo dalla lettera che stava leggendo. “E’ un’ottima idea, signora. Se non si sgranchiscono le gambe, il sangue finisce tutto nei piedi e non ne resta abbastanza per la testa. Per questo molte persone sono stupide. Hanno troppo sangue nei piedi.”
La signora Ramotswe fissò la sua assistente. “E’ una teoria interessante, signorina Makutsi. Ma non sono sicura che sia del tutto fondata. Conosco persone molto intelligenti che stanno quasi sempre sedute. Pensi all’Università del Botswana. Lì le persone passano tutto il giorno sedute, ma sono molto intelligenti. E’ evidente che al loro cervello affluisce abbastanza sangue. No, signorina, non credo che le due cose siano correlate.”
La signorina Makutsi fece una smorfia. “Non le conviene mettersi contro la scienza” bofonchiò. “In molti hanno commesso il suo stesso errore.”

Prima di mezzogiorno sono entrata nella Casina delle Civette, che non manco mai di visitare perché le sue vetrate artistiche donano una luce speciale agli ambienti ed io ogni volta immagino di arredare a piacer mio le stanze.
Potete ammirare quest’edificio fatato nella prima foto e se non ci siete mai stati andate perché, almeno qui a Roma, non c’è nulla di simile!
In fine sono passata a trovare i gatti. Villa Torlonia ospita una colonia felina accudita, quindi dietro i cespugli, qui e là, nasconde dei piccoli comprensori, dei gattocondominii abitati da mici soddisfatti e pasciuti, dalla sfericità giottesca.

Ehm… Sì, sì, naturalmente ho fatto anche una capatina al bookshop.
Ecco il link al sito dei Musei di Villa Torlonia.

Fernanda Gattinoni. Moda e stelle…

25 Mar

Fernanda Gattinoni diceva: “Un vestito non è chic se la gente si volta a guardarlo. Deve passare inosservato, e soltanto dopo tre volte che è stato visto, colpire. La prima dovranno pensare ‘è carino’, la seconda ‘è veramente carino’, la terza ‘che meraviglia!’ “.

Personalmente, entrando nella sala degli abiti di chiffon con corpini lavorati a canestro, ho piuttosto pensato “W – O – W”!
I vestiti sembravano fatati… spero che la foto scattata renda almeno vagamente l’idea del colpo d’occhio.

Purtroppo ho visitato la mostra Fernanda Gattinoni. Moda e stelle ai tempi della Hollywood sul Tevere quando mancavano solo un paio di giorni alla chiusura e la curatrice del museo di Napoli che la esporrà fino a maggio era già passata per l’usuale sopralluogo. Qui a Roma, il Museo Boncompagni Ludovisi (di cui avevo raccontato la storia) l’ha ospitata per poco più di un mese e mi dispiace di non essere riuscita a darne notizia per tempo.

Un po’ di storia. Dopo un apprendistato nella sede londinese di Molyneux, Fernanda Gattinoni, nata inprovincia di Varese, si stabilì a Roma lavorando presso la sartoria Ventura, fornitrice ufficiale di Casa Savoia.
Quando nel 1942 la sede venne acquistata da Gabriella di Robilant, fondatrice della griffe Gabriellasport, la Gattinoni si trovò senza impiego. Nel 1944, in un appartamentino vicino Porta del Popolo, iniziò a realizzare abiti con il suo nome.
La prima cliente fu l’attrice Clara Calamai che le ordinò un paltò di velluto verde.
Nel 1946, Fernanda trasferì l’atelier negli spazi più ampi di via Marche 72 dove diede impiego a 120 lavoranti fisse, tre mannequin e due autisti. Negli anni Cinquanta si trasferì in via Toscana, 1, attuale sede dell’atelier.

Per sognare un po’ bastano le schede di qualcuno degli abiti: nell’immagine sopra, partendo da sinistra…

Ingrid Bergman, 1955 Abito in crespo di seta color avorio costituito da un corpino lavorato a canestro e da una lunga gonna a più strati.

Lana Turner, 1957 Abito in crespo di seta color azzurro lavanda. Il corpino è drappeggiato con motivi a mezza luna, la gonna, a tre strati, si apre a corolla su un tubino aderente.

Lana Turner, 1957 Abito in crespo di seta dalle nuance sfumate nei toni del bianco e del grigio. Il corpino è impreziosito da un drappeggio lavorato a canestro. La gonna, a tre strati, si apre a corolla su un tubino aderente.

Nella foto sotto, invece, tre abiti realizzati per la Hepburn in Guerra e pace.

Nel 1955 Maria De Matteis, costumista del film Guerra e pace di King Vidor, incaricò la Gattinoni di realizzare i costumi di scena di Audrey Hepburn e delle altre interpreti Anita Ekberg e Milly Vitale.

Fernanda amò a tal punto i costumi dalla foggia fluida e verticale realizzati per il film che, quasi contemporaneamente, ispirandosi alla protagonista di Guerra e pace dedicò allo stile Impero un’intera collezione battezzata appunto Natascia (autunno-inverno 1955-1956). La stessa Audrey fu la prima acquirente della collezione e ordinò ben cinque abiti e un mantello. Da allora la Hepburn, pur non abbandonando mai Givenchy, rimase fra le sue più assidue clienti.

Se volete toccare con mano (letteralmente, ma, mi raccomando, con nonchalance!) che silfide fosse Audrey e la miriade di perline, canottiglie, strass e pailette che ne impreziosivano gli abiti, l’inaugurazione partenopea della mostra è prevista per questo sabato dalle 18 alle 21. Ho telefonato…

Fondazione Mondragone, Museo del Tessile e dell’Abbigliamento Elena Aldobrandini
Piazzetta Mondragone, 18 Napoli
Tel. 081.4238368 – 081.4976104
Lunedì-venerdì ore 9,00-13,00 /14,30-18,00
Sabato ore 8,00-15,00
Domenica chiuso

In gita: Eleonora Duse e Pat Carra al Vittoriano

20 Gen

Domenica scorsa, qui a Roma, era quasi primavera e lui ed io ne abbiamo approfittato per andare in centro subito dopo pranzo e visitare due mostre gratuite ed ormai prossime ad essere disallestite.

Fino al 23 gennaio il Complesso del Vittoriano ospita, nel Salone Centrale “Il viaggio di Eleonora Duse intorno al mondo” e nella Sala Zanardelli “PUNTO A CAPO di Pat Carra”.

Nell’esposizione sulla Duse è possibile vedere abiti, fotografie, locandine, lettere ed oggetti personali che accompagnavano l’attrice nei suoi viaggi.

I vestiti sono undici, fra gli altri, diversi di Mariano Fortuny ed uno di Paul Poiret.

Avevo riletto qualcosa su Eleonora Duse, preparandomi alla mostra, ma è stato emozionante capire dai giornali dell’epoca e dalla sua corrispondenza quanto si desse da fare per l’emancipazione femminile.

Oltre al suo impegno civile e agli abiti, ecco cosa mi ha colpito:

le parole di profonda ammirazione nelle lettere di Grazia Deledda e Luigi Pirandello;

il servizio da tè da viaggio;

la terminologia nella descrizione del manto, che vedete nella foto qui sopra…

 “Mariano Fortuny Manto 1910 ca. – Velluto operato su fondo raso color avorio dal decoro a medaglioni uniti da racemi stilizzati formanti girali di gusto orientalizzante”.

Visitare la seconda mostra prende poco tempo, ma, secondo me, vale sempre la pena di procurarsi un sorriso o una risata. Le vignette umoristiche di Pat Carra sono state riprodotte su tele di tessuti diversi con interessanti tecniche miste di ricamo e pittura su stoffa.

La mostra oltre ad avere uno scopo di sensibilizzazione sociale dedica uno spazio al progetto equo e solidale “Punto a capo Milano-Mumbai”, così è possibile comprare borse in cotone naturale con le vignette stampate e ricamate a mano dalle donne della Ong Lok Seva Sangam.

Lui, che non ha proprio-nulla-ma-nulla a che vedere con gli uomini presi di mira dall’umorismo cinico della Carra, me ne ha regalata una, quella con la fatina che vedete a sinistra nell’immagine sottostante.
Scommetto che sarebbe piaciuta anche ad Eleonora Duse!

In gita: Il Teatro alla Moda al Museo del Corso

11 Nov

Dal 5 novembre al 5 dicembre il Museo del Corso ospita una mostra molto bella: decine e decine di costumi teatrali realizzati da grandi stilisti insieme a bozzetti, figurini e qualche video relativo alle rappresentazioni.

L’ho visitata domenica scorsa e devo dire che sono esposti dei veri capolavori. Non avevo idea di quanto avessero realizzato per il teatro Capucci, Valentino, Armani, Gianni Versace, Missoni, Enrico Coveri, Alberta Ferretti, Antonio Marras, Romeo Gigli, Emanuel Ungaro, Fendi.

Colpa mia del resto, se il primo pannello didattico spiega che il rapporto fra moda e teatro inizia già nella seconda metà dell’Ottocento con le creazioni di Charles Frederick Worth, Paul Poiret, Mariano Fortuny, Lucile Duff-Gordon e si rafforza con Coco Chanel, che su invito di Sergej Pavlovič Djagilev disegna i costumi per Le Train Bleu, nuovo balletto per la mitica compagnia Les Ballets Russes.

La prima fra gli stilisti italiani a creare per il teatro fu Elsa Schiapparelli negli anni Trenta. Poi, nel 1980, fu la volta delle sorelle Fendi per la Traviata, rappresentata a Roma con la regia di Bolognini.
 
Il titolo della mostra, Il Teatro alla Moda, è un omaggio all’omonimo testo di Benedetto Marcello, compositore al quale è dedicato il Conservatorio di Venezia. La prima edizione del suo pamphlet risale al 1720. Benedetto Marcello, che non amava troppo l’opera lirica, ironizza su tutti i difetti di questo genere musicale e, pubblicando in forma anonima, fa del vero e proprio sarcasmo con allusioni specifiche a persone reali. La sua trattazione può considerarsi, non solo un testo satirico, ma anche un contributo alla storia dell’opera.
 
Comunque, gli abiti esposti sono opere difficilmente accessibili al pubblico perché di solito sono conservati nelle collezioni teatrali del Teatro alla Scala, del Piccolo di Milano, del Teatro dell’Opera di Roma, del Teatro Regio di Parma, del Teatro San Carlo di Napoli, o del National Opera di Washington D.C., oltre che nelle collezioni private degli artisti internazionali o delle case di moda.
 
Personalmente mi hanno sorpreso gli abiti di Capucci (che avevo già ammirato a Bracciano) e di Versace e me ne sarei strafelicemente andata portandomi via i costumi realizzati da Marras per Sogno di una notte di mezza estate nel 2008!
 
Qualche foto dei costumi potete vederla sul sito ufficiale della mostra: www.teatroallamoda.it.
Orari: tutti i giorni ore 10.00 – 20.00 (la biglietteria chiude alle ore 19.30). Biglietto intero € 8,00.

Weekend a Stoccolma

30 Set

Stoccolma è veramente bellissima!

La città. Tanto verde, tanta acqua. Al mattino è splendida. Ci siamo sentite sempre sicure, anche alle 3 di notte, camminando con i bagagli verso la stazione centrale. Quando tira il vento fa veramente freddo, ma l’aria è più leggera di quella di Roma. Pensavo che fosse pianeggiante e invece si sale e si scende di continuo. Non è pulitissima, ma molto vivibile: metro, bus, tram, piste ciclabili e noi ci siamo sempre spostate a piedi.

Le persone. Gentili, sorridenti, gli svedesi sembrano sereni, placidi. Pure i baristi si muovono al rallentatore! Sarà il welfare a dar loro tanta tranquillità… In generale ti aiutano anche se non lo chiedi, e se lo chiedi fanno di più di quello che ti aspetti.
Sono alti, molti veramente belli. Paiono tutti giovani, in giro di gente più in là con l’età non se ne vede. A tratti la sensazione è stata inquietante, mi ha ricordato il film con Michael York, La fuga di Logan (1976). Probabilmente in tanti passano il fine settimana fuori città, in campagna. Le attività si fermano presto, anche i musei ed i negozi chiudono fra le 16 e le 18. 

Altri dettagli, che dicono tanto: panchine, bici, fiorai, bambini e cani (con la pettorina, non il collare!) per ogni dove. Nonostante il freddo.

Avendo a disposizione solo due giornate intere e fasce orarie ristrette E. ed io abbiamo dovuto scegliere cosa vedere e tralasciare il resto.
Quindi, abbiamo passeggiato per i vicoli stretti di Gamla stan, la città vecchia, risalente al XIII secolo, dove si trovano il Palazzo Reale, la Cattedrale e il Museo Nobel.

Abbiamo visitato il Museo Vasa, lo Skansen e il Moderna Museet.

Il Museo Vasa ospita l’omonimo vascello del 1600. Da poco varato, il Vasa stava salpando dal porto di Stoccolma salutando la città con colpi di cannone quando il vento lo rovesciò su un fianco facendogli imbarcare acqua proprio dai portellini aperti per poter sparare. Il fatto è che a lavori già iniziati, il re Gustav II Adolf aveva voluto che fossero aggiunti altri cannoni rispetto a quelli previsti dal progetto originale, i costruttori lo avevano accontentato e il baricentro della nave era finito troppo in alto rendendola vulnerabile.
Quando si entra nel museo la vista del vascello è emozionante, ma forse avergli dedicato sei piani di installazioni è eccessivo.

Lo Skansen è un museo all’aperto fondato alla fine del 1800 per preservare flora, fauna e architettura della Svezia rurale. Si trova sulla stessa isola del Museo Vasa, l’isola di Djurgården.
Passeggiare nel parco è molto interessante: quasi tutti gli edifici che vi si trovano sono originali, sono stati smontati là dove si trovavano e rimontati nel museo.
Ma è agli animali dello zoo e agli alberi, che in Svezia stanno già cambiando colore, che noi abbiamo scattato più foto.

Il Moderna Museet è più piccolo di quanto ci aspettassimo. Possiede nella propria collezione permanente quadri importanti, ma non regge il confronto con altri musei analoghi.

Il cibo. A Stoccolma abbiamo mangiato bene, anche se gli svedesi cenano prestissimo, anche prima delle 18 e il pranzo è considerato il pasto principale. Noi abbiamo incontrato qualche difficoltà la sera. Scrivo qui gli indirizzi dei due locali che ci sono piaciuti di più.

Jerntorgith café & take away – Järntorget 85, Gamla stan.

Chokladfabriken café & butik Regeringsgatan 58 – www.chokladfabriken.com

Lo shopping. Siamo state in più di un negozio di stoffe, compresi i famosi www.svenskttenn.se e www.tiogruppen.com. Nonostante i prezzi, risibili per quanto erano alti, entrambi mi hanno fatta sentire al reparto tessile dell’Ikea: stesso stile, stessi colori. Tessuti tristi.
L’unico che mi ha incantata è stato il punto vendita di www.hildahilda.se, bellissimo! E qui, naturalmente, abbiamo comprato!
E ci siamo permesse pure un gomitolo a testa di lana dell’isola di Gotland. Le pecore in questione sono molto famose per la loro lana, oltre che per il loro carattere amabile, di conseguenza anche l’equivalente in gomitoli di una sciarpetta ha un prezzo proibitivo, ma volete mettere la soddisfazione!

Hej då a tutti!

In gita: la Dolce Vita ai Mercati di Traiano

17 Set

Ultimi sabati prima che la scuola di sartoria riapra le aule, bisogna approfittarne! Così, sabato scorso, lui ed io abbiamo passato la giornata in centro. La mattina presto abbiamo lasciato la signorina Dora dalla sua “dogsitter unicamente per amore”, mia sorella, per un programma ludico che prevedeva passeggiata al parco e fanghi al lago e ci siamo diretti verso il rione Monti.

Se la mattina non mangio qualcosa è inutile rivolgermi la parola, non capisco bene cosa mi si dice… perciò la prima tappa è stata una pasticceria di cui avevo letto su internet: Sweety Rome.
I dolci erano molto buoni: muffin pesca e mandorle, tortina di frutta senza crema e torta al cioccolato amaro con il 70% di cacao. Riuscite ad indovinare cosa ho ordinato io?

La torta mi ha tolto la fame fino al pomeriggio, al contrario del cappuccino un po’ leggero per i miei gusti. Penso che ci tornerò, nonostante qualche dettaglio nel servizio non mi abbia convinta, per provare il brunch all’americana che servono la domenica. Magari quando il Palazzo delle Esposizioni, che è poco distante, darà il via alla sua stagione!

Dalla pasticceria abbiamo passeggiato fino ai Mercati di Traiano, che in questi giorni ospitano due mostre: La Dolce Vita. 1950 – 1960 (fino al 14/11/2010) e 6 miliardi di Altri (fino al 26/09/2010).
Quest’ultima consiste in alcune testimonianze video raccolte in giro per il mondo ed organizzate per tematiche. Solo che il tenore tende al drammatico visto che si chiede, per esempio, di parlare di “perdono” o “prova” a persone del Rwanda o della Serbia.
L’esposizione sulla Dolce Vita è all’opposto, ma alla fine si tratta di un centinaio di foto rubate nei ristoranti o all’aereoporto e di qualche rotocalco d’epoca sotto teca. Si vede in fretta e non lascia granché, a parte lo stupore per la facilità con cui si potevano incontrare i divi semplicemente uscendo per un gelato.

Alla fine il vero spettacolo sono proprio i Mercati di Traiano, un antico quartiere in cui è profondamente emozionante passeggiare e da cui si gode una vista meravigliosa della città.
Io ho colto l’occasione e ho scelto per me un appartamentino (a sinistra), che guarda il Vittoriano (al centro), ed anche lo spazio per l’atelier (a destra)! 😆


p.s.: la chiusura della mostra L’Età della Conquista ai Musei Capitolini è stata posticipata al 26 settembre. Io l’ho visitata prima delle vacanze: le opere esposte sono moltissime, ma l’allestimento è così confuso che a tratti indispettisce; oltre a prolungare l’esposizione, però, sembra che abbiano preso provvedimenti proprio in tal senso, quindi se vi va…

In gita: Hopper al Museo del Corso di Roma

27 Mag

Quasi fuori tempo massimo! Ma alla fine sono passata a trovarlo, come fosse un vecchio amico, uno di quelli che ti capiscono al volo, che ti confortano con la loro sola presenza, senza bisogno di parlare.

Di Ground Swell nessuna traccia, come previsto. Ma il mare dell’isola di Monhegan m’ha incantata… e poi che belli gli studi dei dipinti, quasi tutti dedicati alla moglie. Un paio con le annotazioni e le cancellature per i ripensamenti sulle sfumature di colore. Quanto tempo richiede la genesi di un capolavoro…

A proposito! L’angolo del disegno, dove tracciare le sagome dei dipinti, mi ha divertita parecchio… visto di cosa sono capace con una matita decente?? 😀

In gita: un museo piccino picciò

13 Mag

Se vi trovate a Roma, dalle parti di Via Veneto ed incrociate via Boncompagni, potete fare una sosta al civico 18, al Museo Andrea e Blanceflor Boncompagni Ludovisi per le Arti Decorative, Costume e Moda del XIX e XX secolo. È il più piccolo dei quattro musei che fanno capo alla Gnam, Galleria nazionale d’arte moderna.

Nel 1972 la principessa Blanceflor de Bildt Boncompagni, di origine svedese, donò allo Stato italiano, per realizzarvi un museo, la sua residenza romana, un villino in stile Liberty dei primi del ‘900 con tutti gli arredi: mobili del XVII, XVIII e XIX; arazzi fiamminghi del Seicento; collezioni di porcellane, camei e oggetti d’arte.

Fra i dipinti che si possono ammirare c’è anche il ritratto della principessa stessa, eseguito da Philip de László intorno al 1925. Questo pittore ungherese nei primi decenni del ‘900 girava l’Europa ritraendo gli aristocratici ed era così bravo e celebre che, oltre a vincere premi e medaglie, fu dotato di un titolo nobiliare da Francesco Giuseppe I d’Austria, meglio noto come Franz il marito di Sissi.

La principessa Blanceflor, nata a Roma nel 1891, era figlia del barone Carl Bildt, diplomatico, e di Alexandra Keiller. Suo nonno era Gillis Bildt, che fu Primo Ministro di Svezia nel 1888. Lei crebbe a Roma e intorno ai vent’anni si innamorò, ricambiata, del principe Andrea Boncompagni Ludovisi.

Come nei romanzi, la famiglia di lui non ne volle sapere di questo amore, dato che esisteva già un accordo per un matrimonio d’interesse con dei ricchi americani. Fu così che Andrea dovette sposare tale Margaret Preston pur amando Blanceflor.

Il contratto prevedeva che se Andrea e Margaret non avessero avuto figli, dopo dieci anni il matrimonio sarebbe stato annullato, lei avrebbe mantenuto il titolo di principessa e Andrea la rendita di due grosse società americane. Blanceflor aspettò e nel 1924 sposò Andrea.

Furono felici, ma non ebbero figli e quando lui morì lei ereditò le società, il villino di via Boncompagni e una tenuta in Umbria e nel 1955 creò la fondazione “BLANCEFLOR Boncompagni-Ludovisi, nata Bildt” per la ricerca scientifica e l’educazione.

Finché la principessa fu in vita la fondazione ebbe mezzi modesti, ma dopo la sua morte ereditò una parte significativa dei fondi americani e i beni svizzeri e svedesi. Così, ancora oggi, se avete meno di 35 anni, siete italiani o svedesi e siete laureati in fisica, chimica, odontoiatria, medicina, ingegneria o scienze informatiche potete fare domanda per una borsa di studio per l’estero alla sua fondazione.

Che storia…

Comunque, io sono capitata al villino in una mattina piovosa, era presto e ho dovuto chiedere al custode di aprirlo per me. In una delle stanze ci sono una dozzina di abiti di alta moda, dagli anni venti fino agli anni novanta, fra i quali: tre Gattinoni, due Sarli, un Valentino e un Capucci del 1952.

Purtroppo ho potuto visitare solo il pianterreno perché il secondo è accessibile solo quando il museo ospita esposizioni temporanee, ma fra un paio d’anni l’allestimento dovrebbe essere quello definitivo: opere e oggetti d’arte e di moda dall’epoca Liberty al Decò, tra il 1900 e il 1939.

Ultima informazione: il museo è gratuito. Solo un libro delle firme dove lasciare un saluto.